Il pranzo non è welfare, è cultura

Nel mondo corporate la ristorazione aziendale resta l'ultimo pezzo di workplace governato come un costo. Eppure è il rituale quotidiano che, più di ogni altro, dice alle persone che cosa conta davvero in un'azienda. Il caso di un operatore di servizi che ha applicato a sé stesso la propria tesi: dal vecchio quartier generale di Cinisello alla nuova sede milanese.

Molte aziende, in questi anni, hanno investito con serietà nel proprio ambiente di lavoro: nuovi headquarter di vetro, smart working strutturato, programmi di welfare ampi, certificazioni di employer branding esposte come trofei.

Poi arriva mezzogiorno, e le stesse aziende servono un pasto industriale al piano interrato, con la coda e il vassoio, come se quella mezz'ora appartenesse a un'altra impresa. È una frattura che i dipendenti registrano molto prima dei loro manager.

La ristorazione aziendale è rimasta l'ultimo pezzo di workplace che quasi nessuno ha ripensato negli ultimi vent'anni. Continua a essere governata come un servizio generale: valutata sul prezzo per pasto, misurata su parametri operativi, affidata agli acquisti con logiche di gara.

Eppure è l'unico touchpoint che ogni persona vive ogni giorno: il rituale collettivo più denso della giornata, il segnale culturale più visibile che un'organizzazione emette.

 

Trattarlo come una voce di costo, mentre si spendono milioni per la torre di vetro sopra, comunica una gerarchia di attenzioni che i talenti leggono con precisione.

Non è che le aziende abbiano smesso di credere nell'ufficio: dopo anni di contrazione, stanno tornando a investirci. Nel 2025 le revisioni dei programmi degli spazi sono salite al 44% e le ristrutturazioni importanti al 30%, mentre la priorità si sposta dalla pura riduzione dei costi alla qualità dell'esperienza (JLL, 2025). Dove si era tagliato troppo, si riallarga: la quota di aziende che cerca più spazio perché i rientri in ufficio superano le attese è passata in un anno dal 7% al 21% (CBRE, 2025). E nel riprogettare entra l'ospitalità: Kraft Heinz, portata la sede italiana a Milano, si è dotata di una cucina professionale interna.

delle organizzazioni ha rivisto nel 2025 il programma dei propri spazi (era il 36%)

aziende che tornano a cercare più spazio dopo anni di tagli (2024 → 2025)

Il paradosso è che si investe nel contenitore e si continua a trattare come una commodity ciò che dentro quel contenitore le persone fanno ogni giorno insieme.

Un asset scambiato per una spesa

Si nasconde qui un equivoco di linguaggio: il cibo, sul posto di lavoro, non è welfare: è cultura. Il welfare è una voce di spesa, un input che si dichiara a bilancio; la cultura è ciò che le persone vivono, un output che si progetta o si subisce.

Chiamare “welfare” la mensa significa già averla condannata al reparto dei costi da comprimere.

 

Osservando le organizzazioni da vent'anni, in Italia e in Europa, emerge un pattern. Le aziende in cui le persone scelgono di restare non sono quelle che spendono di più in benefit, ma quelle che progettano con la stessa cura ogni elemento dell'esperienza quotidiana: una sala riunioni, una scrivania, una piattaforma di formazione, un pasto condiviso. Stesso livello di attenzione, stessa coerenza con i valori dichiarati.

Quando questa coerenza si rompe (e si rompe quasi sempre sul cibo, perché è il punto più antico e meno ripensato del workplace) il segnale arriva forte e chiaro.

I numeri dicono quanto sia fragile quel legame.

Fonte: Gallup, State of the Global Workplace 2025

dei lavoratori europei è ingaggiato

in Italia, tra i valori più bassi d'Europa

Vale la pena guardare come Gallup misura l'ingaggio: tra i dodici indicatori ci sono «al lavoro ho un migliore amico» e «qualcuno, sul lavoro, sembra interessarsi a me come persona». Sono esattamente i legami che una tavola pensata per stare insieme alimenta e che una coda davanti a una distributrice spegne. Non a caso metà dei lavoratori ingaggiati prospera anche nella vita; tra i non ingaggiati, solo un terzo.

Dalla caverna alla luce

Un caso recente permette di vederlo senza teoria, perché è la storia di un'azienda che ha fatto a sé stessa ciò che di mestiere propone ai clienti.

Sodexo, operatore globale di servizi, ha trasferito la sede italiana dopo venticinque anni. Il vecchio quartier generale, in via Fratelli Gracchi nell'area di Cinisello Balsamo, era fatto di uffici chiusi, stratificati per piani e per funzioni come una città cresciuta senza piano regolatore. Un ambiente, nelle parole di chi lo ha vissuto, «triste e buio».

 

La decisione di spostarsi è nata dalla ricerca di una migliore rappresentatività e funzionalità operativa, con un vincolo etico: il minor strappo culturale e geografico possibile per le persone chiamate a ricollocarsi. Per rendere il tutto pragmatico, Sodexo ha geolocalizzato le residenze dei dipendenti per scegliere il punto più vicino al loro baricentro. La scelta, dopo un'ampia analisi di opportunità, è caduta su un edificio ex-Pirelli ristrutturato, certificato LEED Gold, in full open space.

Il passaggio delicato non è stato progettare gli spazi, ma accompagnare le persone.

 

All'inizio l'entusiasmo dell'annuncio; poi, quando il cantiere è diventato reale, la paura dell'ignoto e l'attaccamento all'abitudine hanno iniziato a farsi sentire, direttamente e indirettamente. Per gestire un tema così profondo, che tocca insieme la vita personale dei dipendenti e l'efficienza generale, l'azienda ha individuato dei referenti rappresentativi dei piani e delle funzioni, li ha coinvolti ai tavoli tecnici e li ha portati in cantiere quando c'erano ancora solo i muri.

Perché vedessero con i propri occhi e commentassero ciò che stava nascendo, e lo riportassero ai loro colleghi senza intermediazioni.

“Non volevamo convincere, ma raccontare le ragioni e gli obiettivi della scelta. In una organizzazione, l'attenzione alle persone genera sempre valore mentre il mancato coinvolgimento in una fase di cambiamento da un niente può far nascere una tempesta.”

Edoardo Clerici — Business Transformation Director & Procurement — Sodexo Italia

 

La bella sorpresa è arrivata all'atterraggio. Il timore più grande riguardava persone abituate da decenni all'ufficio chiuso e a parlare a voce alta dietro le porte; per questo si è investito molto nell'insonorizzazione, con analisi fonometriche prima, durante e dopo. Ma una volta arrivate in un ambiente bello, pulito, luminoso e moderno, le persone si sono adeguate immediatamente a un nuovo e diverso modo di lavorare: i toni si sono abbassati, il modo stesso di presentarsi al lavoro, anche estetico, è cambiato.

È il mito della caverna: usciti alla luce, si tende a migliorare.

Lo spogliatoio

E lo scettico non era un uomo di marketing: era il capo degli acquisti, la funzione che per mestiere traduce tutto in righe di capitolato e prezzo unitario. Che a riconoscere il valore di un ambiente sia proprio chi governa i costi toglie all'argomento ogni sospetto di retorica.

Ma la collaborazione nei corridoi è solo metà della storia. La domanda vera è dove, in un'azienda, una squadra si costruisca davvero. Non in sala riunioni, dove l'obiettivo di business, in assenza di altro, tiene alta la reverenzialità e ognuno resta nel proprio ruolo; ma nel tempo non strutturato in cui le gerarchie si mescolano e le relazioni nascono e si rafforzano: un director che si siede accanto a un giovane analista e ascolta ciò che in riunione potrebbe non emergerebbe mai. Una risorsa junior che si confronta apertamente con una senior. Un neoassunto che con più facilità conosce i nuovi colleghi.

È la metafora che ricorre nel racconto di Clerici: lo spogliatoio, la sua importanza nello sport e il ruolo nelle squadre vincenti. E in un'azienda quello spogliatoio è la tavola.

 

Da qui il vocabolario: un ristorante, che in Sodexo si chiama Modern Recipe, pensato perché a mezzogiorno le persone vogliano restarci. Perché un luogo così regga davvero va progettato come un servizio, non arredato come una sala. Il pasto si prenota la sera prima, e quel gesto logistico tiene insieme tre cose:

  • Niente coda

    Abbatte la coda, così il servizio percepito resta alto e il rumore basso.
  • Spreco quasi azzerato

    Azzera quasi lo spreco di fine linea, perché la cucina conosce in anticipo coperti e grammature.
  • Valori del gruppo

    Àncora tutto ai principi del gruppo, dato che il valore recuperato confluisce in programmi contro la fame.

Il progetto sta nei dettagli che, presi uno per uno, nessuno nota. Il miglior architetto, da solo, non basta: non conosce il DNA di chi quello spazio dovrà abitarlo. L'esempio più concreto è la luce: un grado Kelvin sbagliato trasforma un ristorante in un self-service.

Sono la luce, il legno dei tavoli, l'acustica, la temperatura a decidere se un luogo genera valore o resta sterile: nessuno di questi elementi, da solo, sposta un bilancio; tutti insieme sì. E la sostenibilità, allo stesso modo, non è uno slogan appiccicato ma il corollario di un servizio progettato bene.

Spendere non è investire

Resta la domanda che ogni direttore finanziario porrebbe, ed è giusto affrontarla con il suo linguaggio. Comprare un pasto al prezzo più basso è spendere; mettere risorse in un ambiente che ha un ritorno sulla produttività, sul clima e sulla capacità di trattenere le persone è un'altra operazione.

“Se investo un euro, non deve rimanermi un euro né diventare mezzo centesimo: deve generarne di più.”

Edoardo Clerici — Business Transformation Director & Procurement — Sodexo Italia

 

È qui che quella voce di bilancio cambia natura: «Non compri costi, compri asset. E l'asset sono le persone.» Detta da chi gestisce i costi per mestiere, la frase pesa. Il valore di un pasto condiviso non si misura sul listino, ma su ciò che tiene insieme. e sul valore che esso genera. 

C'è anche una ragione di calendario che rende il tema attuale ben oltre le mode. Con la rendicontazione di sostenibilità, gli investimenti sul personale devono ora dimostrare effetti misurabili su retention, benessere organizzativo e qualità delle condizioni di lavoro. Non più budget speso e ore erogate. Il workplace experience, di cui il cibo di qualità è una delle poche componenti che entrano nelle survey di clima, smette così di essere un tema di buone intenzioni ed entra nei numeri che l'azienda deve poter difendere.

È una questione di coerenza dimostrabile.

La domanda che resta

Nessuna di queste osservazioni è una promessa di risparmio, né un invito a comprare qualcosa. È il riposizionamento di un asset che quasi ogni azienda già possiede e che sta gestendo con un linguaggio inadeguato al peso reale che ha sull'organizzazione. Il legame tra cibo e cultura d'impresa non ha ancora una letteratura scientifica consolidata: va preso per quello che è, una tesi prospettica sostenuta da un numero crescente di esperienze concrete.

Ma la scelta, ogni giorno, si ripresenta puntuale. Se a mezzogiorno le persone scendono in un luogo che vale la pena vivere, l'azienda sta costruendo qualcosa che nessuna riunione registra; se escono a mangiare da sole al bar sotto casa, perché dentro non c'è niente per cui fermarsi, sta perdendo terreno senza accorgersene.

La differenza tra una bella mensa e un luogo che fa cultura non è il cibo, ma cosa un'organizzazione decide di fare del suo asset più caro (e più volatile): le persone.

Chiparlanell'articolo

È in Sodexo da oltre vent'anni, attualmente nel ruolo di Business Transformation Director e coordinamento Acquisti in Italia: è membro del Country Leadership Team, del Comitato Etico e della European Supply Management Leadership Team, e nel suo percorso ha accompagnato l'evoluzione degli acquisti da funzione di controllo dei costi a leva di valore strategico. Laureato in Amministrazione Aziendale all'Università Bocconi con specializzazione in Business Strategy e un corso executive in Real Estate al Politecnico di Milano, ha guidato in precedenza le operazioni di facility management integrate su scala europea per l'account Procter & Gamble e, come Country Operations & Strategic Account Director, le operazioni nazionali e la gestione di un portafoglio di clienti globali. Fuori dal lavoro è membro del Rotary Club Monza Villa Reale e di A.B.C.S.

Edoardo ClericiBusiness Transformation Director & Procurement — Sodexo Italia